La Coppia

Tra angoli, spigoli e triangoli

di Antonio Bufano

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Il mondo è un universo comunicativo e relazionale complesso, dove ognuno sceglie un certo livello di differenziazione del sé e cerca il luogo migliore dove posizionarsi per scambiare con l’altro con il massimo vantaggio psicologico possibile, agendo in senso aggressivo e non e mostrando, talvolta, angoli aguzzi di sé.

Nell’ambito delle relazioni umane sembra che la maggior parte delle persone non riesca a vivere normalmente al di fuori della triangolazione, ovvero della comune necessità di parlare dell’assente per evitare di parlare di sé.

Perfino la coppia non è fatta di due persone, ma di tutto un contesto che va regolato, anzi co-regolato insieme. Ogni coppia dovrebbe avere lo spazio e il tempo per conoscersi reciprocamente nelle risorse e nei limiti personali, per vedere e sentire gli spigoli dell’altro, per imparare ad essere diade e costituire una unità certa, ma si ritrova spesso a funzionare come una triade con tutti i vissuti di esclusione e di frustrazione associati. E’ molto facile che il terzo polo possa essere costituito da uno o più membri della famiglia di origine, che condizionano scelte e comportamenti.

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Oltretutto, proprio laddove la coppia non si è sostanziata abbastanza e non ha compiuto la necessaria de-idealizzazione per cui si possa essere certi di aver superato ogni sindrome di Bella Addormentata, di Cenerentola o di Wendy con tutte le loro pericolose fantasie salvifiche e di co-dipendenza affettiva, la nascita del figlio può minacciare e dissolvere il senso di identità di coppia fino ad ucciderla.

Per di più la separazione è ormai considerata un evento paranormativo, vista la diffusività ed è come se si fosse avviata una specie di immunizzazione emotiva che se, da una parte, agevola l’elaborazione del lutto, dall’altra riduce l’investimento verso la ridefinizione della coppia.

Nel sistema familiare nucleare il triangolo più inammissibile è costituito dallo scenario in cui un genitore attiva una propria alleanza con il figlio e, in particolare, con quello più vulnerabile fino a chiedere prove di lealtà contro l’altro genitore, alterando tutti i confini naturali intergenerazionali.

Così, non solo ogni sano processo di separazione, individuazione e autonomia è compromesso, ma si attiva il rischio psicopatologico.

Psicologo, Psichiatra o Psicoterapeuta?

di Valeria Campinoti

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Tante persone non hanno un’idea chiara rispetto alle differenze che intercorrono fra uno Psicologo, uno Psichiatra ed uno Psicoterapeuta, ma se si richiede aiuto ad uno di questi professionisti della salute mentale, è bene sapere in cosa differisce il loro lavoro e che tipo di aiuto queste figure possono garantirci.

Innanzitutto, occorre differenziare questi professionisti in base al percorso di studi che hanno intrapreso: lo Psichiatra è laureato in Medicina e Chirurgia e si è specializzato in Psichiatria; lo Psicologo ha una laurea in Psicologia ed ha superato l’Esame di Stato, quindi è iscritto all’Albo Professionale dell’Ordine degli Psicologi; lo Psicoterapeuta ha percorso lo stesso cammino dello psicologo intraprendendo, dopo l’iscrizione all’Albo, una Scuola di Psicoterapia della durata di 4 anni.

Provenendo da percorsi accademici diversi, questi professionisti hanno a loro disposizione strumenti e contesti applicativi specifici, che gli permettono di garantire un intervento unico e non sovrapponibile agli altri.

L’Articolo 1 del Codice Deontologico degli Psicologi definisce così la professione di psicologo:

«La professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito».

Lo Psicologo svolge la propria attività professionale in settori molto diversi: nel settore clinico o scolastico, promuovendo il benessere psicologico, nel settore organizzativo, operando per migliorare il funzionamento di aziende e industrie, e nel settore accademico, svolgendo ricerca e formazione.

La differenza più netta nello svolgimento dell’attività professionale dello Psicologo clinico e dello Psicoterapeuta riguarda la cura dei disturbi psicopatologici: lo Psicoterapeuta è l’unico abilitato a fare psicoterapia, trattando quindi tali disturbi riguardanti l’individuo, la coppia, la famiglia, ecc. Lo Psicoterapeuta è colui che attraverso strumenti clinici (diagnosi, eziologia, pianificazione del trattamento, setting) e attraverso la relazione (empatia, ascolto, fiducia, alleanza terapeutica), è in grado di condurre la persona verso un cambiamento, volto al raggiungimento di un migliore stato di equilibrio e di benessere.

Lo Psichiatra, invece, garantisce un trattamento di tipo farmacologico, spesso in combinazione con un percorso psicoterapico; nei casi più gravi si associano solitamente trattamenti supportivi e riabilitativi, anche di tipo sociale. La psichiatria è una pratica medica focalizzata strettamente sull’uso del metodo scientifico-sperimentale come mezzo di indagine conoscitivo e sull’uso prevalente dei farmaci come mezzo curativo; infatti, questa figura professionale è l’unica abilitata alla somministrazione di farmaci per la cura di disturbi mentali, che vengono ricondotti a malfunzionamenti fisiologici a livello cerebrale.

In virtù della varietà e specificità degli interventi offerti, risulta di ovvia importanza una collaborazione fra queste tre diverse figure professionali, le quali assieme riescono a garantire un intervento concreto ed efficace per la persona che richiede aiuto.

In conclusione, possiamo affermare che è estremamente importante rivolgersi a professionisti seri e qualificati con i necessari riconoscimenti professionali; proprio per questo è possibile consultare i diversi albi professionali per verificare i titoli posseduti ed i servizi emanati.

Effetto Villa Gordiani

Il verde e la storia ‘a portar via’, tra rumore e malumore

di Antonio Bufano

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Shinrin-yoku (森林浴):
 "fare il bagno nella foresta"

Vivere una condizione umana fortemente urbanizzata ha uno costo rilevante in termini di perdita di salute e qualità della vita. Più di uno studio conferma l’aumento del benessere psicologico in persone che vivono a contatto con la natura, rispetto a chi vive in città. L’uomo metropolitano vive uno stato di costante allarme e attiva maggiormente aree cerebrali, come l’amigdala, tipicamente stimolate da stati di paura.
Dunque l’obiettivo sarebbe quello di pensare ambienti sociali più vivibili, di aiutare le persone a consapevolizzarne l’importanza, fruirne al meglio, ma sopratutto parteciparne attivamente alla realizzazione.

In due studi dell’Università di Edimburgo, condotti da Catharine Ward Thompson a cavallo tra il 2012 ed il 2013, è stata dimostrata la rilevanza della presenza di spazi verdi nella gestione dello stress. Sono state esaminate le concentrazioni di cortisolo – l’ormone dello stress – in soggetti di età compresa fra i 33 e i 55 anni che avevano perso il lavoro, ed è stato rilevato che in persone che abitavano in zone dove la presenza di spazi verdi era inferiore al 30% il livello di cortisolo era altissimo; la percezione di stress si abbassava invece gradualmente all’aumentare degli spazi verdi a disposizione, in un rapporto inversamente proporzionale.

Al III° miglio della Via Prenestina, a Roma, sorge il Parco di Villa Gordiani, un luogo verde dall’aspetto sommesso e discreto, eppure in grado di irrompere nel tessuto urbano ormai dilagante per offrire uno spazio separato dove tentare di far riposare lo sguardo e la mente. Tra la vegetazione si ergono resti di mura antiche dal potente effetto evocativo. Tra l’altro c’è un Mausoleo risalente al periodo di Diocleziano che assomiglia ad un piccolo Pantheon e ci sono i resti di un colonnato di una basilica paleocristiana costantiniana.
Di fatto una macchina del tempo pronta a partire, in grado di sollecitare la fantasia di chi è disposto a lasciarsi affascinare dall’idea di viaggiare nella storia ed è animato dallo stesso spirito romantico di Caspar Friedrich che ha ispirato i grandi viaggiatori nella ricerca del sublime. E’ come se il Grand Tour cercasse nuovi iniziati moderni capaci di vedere oltre l’oggi, verso una riflessione sana e costruttiva sulla caducità delle cose, ma anche pronti ad accettare il senso melanconico, a confrontarsi con la perdita come strategia per gestire il dolore. Il paesaggio si fa affettivo e si offre come percorso di apprendimento emotivo e sentimentale.
Dunque Villa Gordiani non è solo ordinarietà e routine per i bisogni dei cani, non solo un po’ d’erba, cespugli, alberi e mattoni vecchi, ma deve sapersi ergere dalla cronaca del bambino treenne morso da un topo per raccontarci ben altre storie più utili al benessere dell’individuo e della collettività.

Dürer con pelliccia, Autostima e Psicoterapia

Sull’importanza di accedere ad una buona immagine a colori di Sé

di Antonio Bufano

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Autoritratto con Pelliccia
Albrecht Dürer, 1500
Alte Pinakothek, Monaco di Baviera

“Io,
Albrecht Dürer di Norimberga,
all’età di 28 anni,
con colori eterni
ho creato me stesso
a mia immagine”

Nel 1500 Albrecht Dürer dipinge il suo ultimo autoritratto, in cui si raffigura frontalmente in una posizione che potremmo dire Cristologica, richiamando la pittura tardo-medievale con la mano eloquentemente benedicente. Si tratta di una celebrazione di sé stesso che, ai giorni nostri, potrebbe apparire eccessiva e blasfema, ma, a ben guardare, indicherebbe altri significati, se correttamente contestualizzati. Nonostante quella che oggi giudicheremmo una più che giovane età, visto che aveva 28 anni all’epoca dell’autoritratto in questione, l’artista tedesco era ben affermato e consapevole del proprio talento che peraltro riteneva di possedere per attribuzione divina.

Al di là del rischio narcisistico le persone hanno bisogno di posizionarsi esistenzialmente in modo da garantirsi il migliore benessere emotivo possibile in forme correttamente auto-regolate o auto-regolabili.

Oggi la Psicoterapia e gli psicoterapeuti incontrano sempre più persone sfiduciate, impantanate, anime dolenti che hanno perso la grinta e il desiderio di una sfida sana con la vita, o, al contrario, Io ipertrofici incapaci di stare nella relazione. La maggior parte dei percorsi terapeutici sono, di fatto, orientati al lavoro sull’autostima, a produrre una convalida credibile del sé, talora gravemente svalutato, oppure sul cercare un senso del confine.

La dimensione dell’Autostima, ormai ampiamente dibattuta in Psicologia, sin dai suoi esordi con William James alla fine dell’800, è assolutamente essenziale per il migliore funzionamento personale. Corrisponde a un senso di auto-approvazione utile e necessario all’economia psichica dell’individuo. E’ il prodotto di quei processi di consolidamento della struttura del Sé originati da insiemi di esperienze positive accumulate fatte di affetto, incoraggiamento e sostegno.
Una bassa autostima è una condizione pre-depressiva che ci costringe a vivere nascosti, in un sentire a bassa vitalità che produce esistenze limitanti. Già Aaron Beck negli anni ’60 sottolineava come la svalutazione di sé costituisse il nucleo centrale degli stati depressivi.

Oggi sappiamo con certezza che un clima familiare positivo centrato sull’accettazione e sull’apprezzamento dell’altro, uno spazio di vita che faciliti l’acquisizione delle regole, il riconoscimento dei confini e l’individuazione di sé sviluppa autostima.
Non si tratta, dunque, di essere banalmente una persona di successo, ma di riuscire a creare sufficiente autonomia per sé, di imparare ad avere fiducia in sé, di prescindere in modo sano dal giudizio degli altri e di sentire a pieno la propria unicità.